OGM: il nuovo incubo del super-patogeno

Un organismo mai visto prima, dalle dimensioni ridotte e paragonabili a quelle di un virus. Unico nel suo genere, questo microfungo sarebbe capace di infettare le piante GM e causare infertilità negli animali che se ne nutrono. Questo il parziale identikit tracciato dal patologo vegetale Don M. Huber, tra i primi a lanciare l’allarme.

In particolare, la nuova minaccia sarebbe strettamente associata alle piante GM dotate del gene per la tolleranza all’erbicida glifosato, ovvero le cosiddette varietà RoundupReady (RR) prodotte da Monsanto e coltivate su gran parte del territorio americano. Le ricerche di laboratorio si stanno focalizzando proprio su campioni di soia e mais coltivati nel Midwest degli USA.

Nonostante il clamore suscitato dalle rivelazioni di Huber (leggi l’intervista), le informazioni scientifiche a disposizione degli scienziati sono ancora del tutto preliminari.

Il patogeno contagia i media
Tutto è iniziato lo scorso 17 gennaio, quando Huber ha informato le autorità della scoperta, indirizzando una lettera all’attenzione di Tom Vilsack, segretario del Dipartimento americano per l’agricoltura (USDA). La notizia è subito rimbalzata tra le mani della blogger Jill Richardson, che l’ha pubblicata sul web a febbraio. Il super-patogeno ha così raggiunto i grandi media poco dopo il via libera, da parte del governo, alle coltivazioni in vasta scala di erba medica GM.

Uno scenario ideale per diffondere panico e preoccupazione, se non fosse per la mancanza di prove definitive che ancora tardano a essere pubblicate. Non sorprende quindi che le rivelazioni di Huber siano state accolte freddamente dalla USDA, che ha deciso di non dare troppa visibilità alla conclamata emergenza. Numerose critiche sono piovute soprattutto da parte degli scienziati della Purdue University, lo stesso ateneo presso cui Huber, oggi professore emerito, aveva trascorso la propria lunga carriera.

Nonostante le accuse di sensazionalismo, i collaboratori di Huber proseguono con le analisi molecolari utili a identificare e caratterizzare la nuova minaccia. La comunità scientifica – storicamente divisa sul fronte degli OGM – attende ora di poter valutare la pubblicazione dei primi dati. Se le ipotesi mosse da Huber si rivelassero fondate, per le biotecnologie basate sul glifosato – che produce un giro d’affari intorno ai 22 miliardi di dollari all’anno – sarebbe un vero scacco matto.

L’impronta del glifosato sull’ambiente
Secondo recenti studi condotti dallo stesso Huber, l’eccessivo ricorso ai trattamenti a base di glifosato da parte degli agricoltori americani avrebbe aumentato la suscettibilità delle coltivazioni a gravi malattie trasmesse da funghi e batteri. La molecola che sta alla base dell’erbicida agirebbe infatti come un ‘sequestratore’ di manganese – un micronutriente minerale cruciale per la salute delle piante – e interferisce con il metabolismo delle piante, indebolendole fino alla morte.

A quanto pare, il transgene delle piante GM non sarebbe stato in grado di impedire al glifosato di erodere a poco a poco i meccanismi biochimici alla base delle difese antimicrobiche vegetali. L’indebolimento delle coltivazioni RR spiegherebbe dunque la recente esplosione di malattie che hanno devastato i raccolti del Midwest negli ultimi due anni. Il timore è che il micro fungo descritto da Huber collabori con gli altri patogeni per penetrare nelle piante GM e scatenare delle patologie più aggressive del normale.

Foto credits Kai Hirdes

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