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Lorenzo Mannella | Journalist

Sale la febbre dell’oro

Era il mattino del 16 agosto 1896, quando il nativo canadese  Skookum Jim Mason tirò fuori dal Rabbit creek le prime pepite di un immenso giacimento aurifero. Nel giro di pochi mesi, migliaia di cercatori accorsero sulle rive del fiume Klondike (sì, proprio quello di  zio Paperone), nei territori canadesi dello Yukon. La grande corsa all’oro durò solo pochi anni, ma fece la fortuna di molti concessionari di miniere.

Dopo la scoperta di Mason, la voce si sparse alla velocità della luce, attirando nella piccola cittadina canadese di Dawson una folla di avventurieri e imprenditori americani alla ricerca di un modo per riempirsi le tasche d’oro e uscire a testa alta dalla profonda crisi finanziaria che tormentava gli Stati Uniti da quasi quattro anni. Nell’estate del 1897, migliaia di cercatori d’oro si imbarcarono a Seattle  diretti alla volta del porto di Skagway, in Alaska (svenduta agli Usa dalla Russia nel 1867 per 7 milioni di dollari). Dall’estrema lingua nord del territorio americano, i pionieri seguivano il corso del fiume Yukon  fino al confine con il Canada, dove si affrettavano a comprare le concessioni per lo sfruttamento minerario.

L’arrivo dei cercatori d’oro fece la fortuna dell’avamposto di Dawson, che vide un vero e proprio boom demografico, passando da circa 5000 abitanti a più di 30 mila nell’arco di un paio d’anni. Ma la febbre dell’oro arricchì soprattutto la società di trasporti White Pass & Yukon Route che nel 1900 inaugurò la ferrovia di Skagway, l’unico collegamento su rotaia tra il Canada e la costa dell’Alaska. La via ferrata divenne la principale arteria di comunicazione con i territori del Klondike, a cui prima di allora era possibile accedere solo attraverso il temibile tracciato del Dead Horse (e il nome la dice tutta).

Durante i primi anni della corsa all’oro, i cercatori dovevano infatti affrontare lunghe marce attraverso le montagne portandosi dietro immensi carichi di provviste. Le leggi emanate nel 1898 dalle autorità canadesi imponevano infatti che, per attraversare il confine, i minatori dovessero possedere una scorta di cibo adeguata. Una misura quanto mai necessaria per scongiurare il ripetersi delle carestie che si erano verificate nei territori del Klondike, incapaci di sostentare tutte le 40 mila persone arrivate dagli States. Come per altro ben racconta Charlie Chaplin ne La febbre dell’oro.

Le autorità canadesi imposero rigidi controlli anche sull’introduzione di armi da fuoco all’interno del territorio, in modo da evitare che gli avventurieri potessero risolvere le liti sui diritti auriferi con una scarica di piombo. Sotto il pugno di ferro del comandante canadese Sam Steele, vennero promulgate altre leggi che punivano lo sfruttamento della prostituzione, ordinavano la chiusura dei saloon a mezzanotte e vietavano il lavoro domenicale. Nel 1897, la Chicago Record pubblicò addirittura una  guida per i cercatori d’oro molto dettagliata.

Tuttavia, dopo appena tre anni di attività, le migliori concessioni sulla vena aurifera del Klondike erano già state assegnate, così da lasciare a bocca asciutta gli ultimi arrivati. Nell’estate del 1899, la città di Dawson si svuotò di nuovo, e sul posto rimasero soltanto i cercatori più ricchi. I giacimenti vennero sfruttati per tutto il secolo successivo, con grandi carichi d’oro e attrezzi che si muovevano ancora sui binari della fortunata White Pass & YukonRoute. Si calcola che dal 1896 ad oggi dai territori dello Yukon siano state estratte circa 400 tonnellate d’oro puro. Oggi, un tesoro del genere varrebbe 20 miliardi di dollari, qualche spicciolo in meno rispetto all’intera fortuna stipata da zio Paperone nel suo deposito.

pubblicato su Wired.it

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