Dieci anni fa, l’attacco alle Twin Towers lasciò un grande vuoto nel cuore di Manhattan. Di quella tragedia, oggi ci rimangono due testimonianze contrastanti: una è il memoriale di Ground Zero, l’altra sono gli immensi arsenali di armi tecnologiche che l’esercito americano ha messo in piedi per combattere la guerra contro il terrorismo. In un decennio, infatti, gli Usa hanno investito ben 2 miliardi di dollari per sviluppare strumenti di nuova generazione.
Molte di queste tecnologie belliche, come i droni, sono già impiegate in guerra da tempo, mentre altre attendono ancora il via libera per essere testate sui campi di battaglia. Per capire di cosa si tratta, basta dare uno sguardo a un recente articolo di Scientific American. Ecco qui una galleria di armamenti made in Usa sviluppati nel dopo 11 settembre.
Tecnologia laser
Potremmo presto vederli in azione, probabilmente montati come contromisure anti-missile a bordo degli elicotteri militari. Questi sistemi sarebbero in grado di intercettare i razzi lanciati contro i velivoli e di mandare in tilt il loro sistema di puntamento termico, facendoli deviare prima dell’impatto con il bersaglio. Un passo in avanti decisivo rispetto alle tecnologie precedenti, che si limitavano a mascherare la presenza degli elicotteri esplodendo delle cariche di disturbo.
Oltre ai sistemi di difesa, esistono anche altri tipi di armi che sfruttano onde invisibili a occhio nudo. Si tratta, per esempio, degli Active Denial System sviluppati dall’azienda bellica Raytheon. Si tratta di un dispositivo considerato non letale che sfrutta le microonde per disperdere gruppi di persone considerate ostili. A prima vista sembra un semplice autocarro su cui è stata montata un’ antenna orientabile. Questa parabola è in grado di proiettare un fascio di onde a alta frequenza (95 GHz) che causa un’intensa sensazione di bruciore sottocutaneo nelle persone. La casa produttrice ha assicurato che la sua arma non può provocare alcun danno permanente all’organismo, ma le polemiche sollevate dal “ raggio del dolore” hanno fatto subito desistere l’esercito statunitense dall’impiegarlo in Afghanistan.
Esoscheletro potenziato e robot instancabili
Il colosso degli armamenti Lockheed Martin ha realizzato un prototipo di sollevatore idraulico indossabile come un’armatura. Si chiama Hulc (Human Universal Load Carrier) ed è in grado di aiutare un uomo a sollevare 90 chilogrammi senza il minimo sforzo. Questo supporto logistico è alimentato da una batteria dotata di un’autonomia di circa 20 chilometri, che permetterebbe ai soldati di trasportare le attrezzature dagli accampamenti fino ai teatri di guerra.
Quando, invece, le missioni richiedono ai militari di spostarsi con pesanti carichi da un luogo all’altro attraverso zone difficili, non c’è miglior soluzione che impiegare un robot-mulo. LS3, il prototipo sviluppato dalla Boston Dynamics, è stato realizzato grazie a un investimento di 32 milioni di dollari stanziato dall’ Arpa (Advanced Research Projects Agency). Si tratta di un quadrupede in grado di trasportare pesi fino a 180 chili per un tragitto lungo fino a 32 chilometri. Al momento il modello deve essere ancora perfezionato tramite l’inserimento di un dispositivo che gli permetta di portare a termine le missioni in completa autonomia.
Missili guidati e fucili sempre più precisi
Nelle guerre moderne, i campi di battaglia sono sempre più spesso situati all’interno di aree abitate da civili inermi. I combattimenti che si svolgono fra strade, case e cortili rappresentano un serio pericolo per gli abitanti del luogo, che fin troppe volte vengono uccisi o feriti durante gli scontri. Per ovviare a queste gravi perdite, l’esercito americano ha deciso di sviluppare missili in grado di centrare una superficie di pochi metri quadri dalla distanza di 70 chilometri.
CDTEs (Counter Defilate Target Engagement system) è, invece, il nome altisonante e un po’ elusivo del fucile XM25, già in dotazione ai militari Usa. Questa arma è dotata di un sistema di puntamento molto sofisticato pensato per risolvere gli scontri a fuoco nel giro di pochi minuti. Ciascuno dei 4 colpi da 25mm alloggiati nel caricatore, infatti, è guidato da un sensore termico e un mirino laser che individuano la miglior traiettoria per colpire con precisione anche i bersagli defilati o nascosti dietro alle barricate.
L’esercito di droni
Qui si apre un capitolo sconfinato. Wired.it aveva già parlato dei velivoli senza pilota in occasione dell’uccisione di Osama Bin Laden. Sebbene l’esercito americano disponga di una vasta flotta di mezzi telecomandati (se ne contano almeno 6mila), nell’operazione di Abbottabad era stato impiegato – con molta probabilità – un prototipo stealth mai visto prima.
Un modo come un altro per dimostrare che l’ arsenale degli Stati Uniti è in continua espansione. Il Cbo (Congressional Budget Office) americano stima infatti che, entro il 2020, il Dipartimento della difesa spenderà intorno ai 37 miliardi di dollari per costruire 730 nuovi modelli di droni da impiegare sui campi di battaglia.
Dopo i primi modelli di Predator – utilizzati nel 1999 come velivoli di monitoraggio durante la guerra del Kosovo e, poi, dotati anche di missili nel 2001 in Afghanistan – gli Stati Uniti hanno adottato, tra molti altri, gli aerei RQ-4 Global Hawk e MQ-5B Hunter UAS, insieme all’elicottero MQ-8B Fire Scout.
Nel corso degli anni, la maggior parte di questi mezzi è stata utilizzata durante missioni di guerra votate all’eliminazione fisica di terroristi e capi militari nemici. Tuttavia, non sempre questi velivoli vantano standard di precisione molto elevati. Da una parte, c’è la Casa Bianca, pronta ad affermare che, dal 2001 a oggi, i droni impiegati in Pakistan hanno ucciso 2mila taliban e solo 50 civili. Dall’altra, ci sono i report del Bureau of Investigative Journalism che parlano, invece, di 385 morti innocenti in 7 anni. Alla luce di qualsiasi dato, resta sempre più difficile definirle armi intelligenti.
pubblicato su Wired.it





