Inizia il nuovo anno e arrivano le brutte notizie di rito: disoccupazione giovanile al 31%, lo dicono i dati Istat pubblicati il 31 gennaio.
I media recepiscono il messaggio e lo amplificano a tutto volume. C’è da mettersi le mani nei capelli. 31%. I giovani. Ma il vero problema, secondo me, riguarda tutti quelli che invece un lavoro ce l’hanno. O meglio, tutti quelli che un lavoro sembrano averlo.
Già, perché non è ancora ben chiaro che cosa significhi essere un lavoratore. Nel nostro caso, le note metodologiche che chiudono il testo integrale della ricerca Istat forniscono una definizione davvero particolare:
Occupati – comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento [al momento dell'indagine]:
- hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;
- hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;
- sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia). I dipendenti assenti dal lavoro sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi, oppure se durante l’assenza continuano a percepire almeno il 50% della retribuzione.
Nessun riferimento a un contratto regolare e continuato nel tempo, nessuna distinzione tra part-time e full-time. Chi riceve una bottiglia di vino per una giornata di vendemmia è sullo stesso piano di un operaio Fiat in cassa integrazione, di un ragazzo che fa le consegne a domicilio per l’alimentari di famiglia e di un muratore che lavora in nero. Sono tutti lavoratori.
Non è mai venuto in mente a nessuno che forse questi i criteri di classificazione sono un po’ troppo vaghi? Non sarebbe meglio esprimersi in termini più concreti? Quante delle 22,9 milioni di persone occupate in Italia hanno un contratto a tempo indeterminato? Difficile dirlo con esattezza.
I numeri che ci piombano addosso hanno delle basi fondate? Precari, apprendisti, lavoratori in nero e stagisti non dovrebbero essere conteggiati insieme ai 2,24 milioni di disoccupati italiani? Dopo tutto, di fronte al mondo del lavoro hanno lo stesso grado di tutela: zero. Forse è arrivato il momento di chiamare le cose – e le persone – con i loro veri nomi. Forse, il numero di occupati scenderebbe ancora.






Mi sono permessa di segnalare questo articolo in uno dei commenti a questo articolo: http://www.dissapore.com/media-notizia-2/cake-design-i-pasticci-di-molly-ci-salveranno-dalla-disoccupazione-giovanile/#comment-201879
Grazie Giulia, felice di aver dato un contributo alla discussione!
Verissimo.